Scrisse quell'ultima lettera, la sigillò, la ripose nel cassetto dello scrittoio. Si tolse la palandrana che gli cadeva male sulle spalle ossute. Era smagrito. La dieta rigida cui si era rassegnato lo aveva prosciugato. Ma ora stava senz'altro meglio, anche se aveva rinunciato a quel menage cui si era abbandonato da anni (per quella sua natura apatica e sbadigliante si era sempre adeguato ad ogni accidente senza mai risentirsi). Quella mattina si alzò barcollando, si resse alla sponda del letto. Ebbe come il sentore che gli sarebbe capitato qualcosa tra capo e collo. Se fosse rimasto inchiodato al letto, chi lo avrebbe assistito? Se allettato, come avrebbe ingannato il tempo che si allunga? La parete giallognola, le due stampe, il comodino di noce. Quei crampi, quelle contrazioni riflesse a fior di pelle lo impensierivano. Ma si rasserenava pensando che tutto si sarebbe sistemato se avesse pazientato e non si fosse fatto prendere dallo sgomento. «Devo seguire la dieta con lo stesso scrupolo con cui...» si disse «con cui...» e lasciò la frase sospesa, incapace di trovarle un termine di paragone che reggesse. Quel regime alimentare gli pareva insostenibile e quella catasta di farmaci lo confondeva. Questa non è vita ma un calvario, vale la pena resistere se non si offre un accenno di speranza? Davvero vale la pena? O non è forse meglio lasciare fare la natura che sa quando recidere il cordone ombelicale? Queste ossessioni lo commuovevano. «Vale la pena, vale la pena?» ripeteva come un mantra mentre frugava sulla mensola. Sulle sommità si posavano le prime nevi, principiava l'ottobre. Chi sa se questa primavera scenderò ancora le rampe per prendere aria e stirare le gambe? O se dovrò disassuefarmi da questa sana pratica. Chi sa? Io non lo so. E non mi azzardo a soppesare ipotesi. Questo dimagrimento di cui non so la ragione? Non avrebbe mai interpellato il medico trepidando che questi accertasse prognosi infausta, anche a costo di rinunciare a cure almeno palliative. Dissimulava per non guardare in faccia la realtà, che gli sembrava tanto indifferente alla sorte di ciascuno quanto eterea e, forse, evanescente. Pensò che se ci si rassegna all'esistenza si cede anche all'obito, si risollevò: e se… anche quella metafora non era calzante. Le prime nevi quell'avanzare dell'autunno, autunno e l'inverno e l'interludio di primavera ed estate, poi ancora l'autunno e di nuovo l'inverno. Anche l'esistenza succede alla morte e quest'ultima a quella, come le stagioni, sono due comparse che si danno il cambio nel recitare sulla ribalta, davanti al pubblico che — anche lui — recita la sua parte, salutando la nascita piangendo la morte. E a turno, per caso, qualche convenuto sale sul palco ed esce di scena dietro le quinte. Poi fa la comparsa sul proscenio. Poi prende di nuovo posto in platea. In sostanza è solo un gioco delle ombre dove luce ed oscurità si avvicendano. Pensava mentre penosamente scendeva la rampa aggrappandosi al corrimano. Chiamò un'auto di piazza. Tra i filari delle viti corre un borro. «Furono espletati gli atti investigativi di rito, all'esito dei quali si provvide a richiedere l'archiviazione del fascicolo.» E archiviazione fu.
Sulla lettera dissigillata: «La morte impensata... è scuola da farvisi savi per fino i pazzi.»
— Daniello Bartoli, L'uomo al punto (1668)
Le prime nevi testo di Paulus